I fatti, le partite, e i personaggi che si sono messi in evidenza il 25 marzo nella storia della Lazio. Il racconto di un derby unico, che spalanca ai biancocelesti la rimonta scudetto
Quando Lazio e Roma scendono in campo il 25 marzo del 2000 per il derby di ritorno, la stragrande maggioranza dei tifosi biancocelesti è convinta che gli uomini di Eriksson farebbero bene a mollare il sogno scudetto per concentrarsi esclusivamente sulla Champions League. La settimana precedente infatti, la Lazio è stata battuta dal Verona, ed ha visto aumentare il proprio distacco dalla vetta a nove punti. A distanza di pochi giorni, i biancocelesti si sono imposti allo Stanford Bridge di Londra, sconfiggendo il Chelsea e raggiungendo i quarti di finale di Champions League.
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Molti, memori del finale dell’anno precedente e consci dell’enorme distacco in classifica, sono proiettati sull’Europa. Alla vigilia del derby però, i bianconeri di Ancelotti, sono stati battuti dal Milan. Una vittoria della Lazio nella stracittadina porterebbe (alla vigilia dello scontro diretto) Salas e compagni a sei punti dalla Juve, con la possibilità concreta di riaprire i giochi scudetto. In più, nell’animo dei calciatori biancocelesti, c’è anche la voglia di riscattare la brutta figura della gara d’andata, quando i giallorossi si imposero segnando quattro reti nei primi quaranta minuti.
25 Marzo, il derby della rivincita
La Lazio si presenta al derby in formazione rimaneggiata, senza Favalli, Nesta, Mihajlovic e con un Salas recuperato solo per la panchina. Eriksson rilancia dal primo minuto Gottardi nel ruolo di terzino destro e schiera la Lazio con una sola punta (Inzaghi), coadiuvato da cinque centrocampisti: Conceição, Almeyda, Simeone, Nedved, Veron: un mix di eleganza, forza, qualità e corsa. La Roma parte forte e sblocca il risultato dopo un solo minuto con Montella. Ma il colpo subito non demoralizza i biancocelesti, che si gettano immediatamente in attacco.

Dopo un paio di occasioni fallite, è Pavel Nedved al 25esimo minuto a trovare il pareggio, girando in rete un assist di Simone Inzaghi. La Curva Nord, che all’ingresso dei calciatori ha realizzato una splendida coreografia (con migliaia di palloncini che hanno simboleggiato il tricolore, per celebrare la permanenza della Lazio in Europa come unico club italiano superstite) esplode. Ma è nulla, rispetto a quello che accade tre minuti più tardi.
La magia di Juan Sebastian Veron
Juan Sebastian Veron si prende la responsabilità di calciare una punizione dal limite dell’area. I tifosi giallorossi, al pensiero dell’assenza di Sinisa Mihajlovic (specialista dei calci piazzati), tirano un sospiro di sollievo. Ma il talento argentino si inventa una conclusione eccezionale, disegnando una parabola meravigliosa, che supera la barriera e si insacca sotto l’incrocio dei pali, rendendo vano il volo del portiere giallorossi Lupatelli. Un gol bellissimo, festeggiato dall’intera squadra.

La Lazio ribalta il risultato, che sarà in grado di proteggere fino alla fine. Anche quando, alle tante assenze, deve fare a meno anche di Luca Marchegiani, rimasto a terra dopo uno scontro: in quell’occasione, con il portiere biancoceleste fuori gioco, il capitano della Roma Francesco Totti ha tentato ugualmente di calciare a rete, trovando il salvataggio sulla linea di un difensore laziale. I biancocelesti vincono il derby, vendicano la sconfitta della gara d’andata e si portano a meno sei dalla Juve. Il sabato successivo si imporranno a Torino nello scontro diretto (gol di Simeone), dimezzando la distanza e dando vita ad una lotta punto a punto, che li premierà a fine campionato, con il secondo scudetto della storia.